Fattoria Venturi

Ci sono luoghi dove la biodiversità cessa di essere un semplice slogan e diventa realtà. La molteplicità di piante, animali e microrganismi è uno degli obiettivi per mantenere in equilibrio il sistema ecologico che raggruppa i diversi regni. Tuttavia quello di “salvaguardare la biodiversità” spesso si traduce in un mero leit-motiv per numerose aziende agricole che, pur ricorrendo a pratiche virtuose, si affidano a specie animali o vegetali ampiamente diffuse, selezionate secondo i canoni dell’industria alimentare. Invece ci sono progetti come Fattoria Venturi che, nel loro piccolo, fanno della biodiversità la loro ragione d’esistenza. L’azienda nasce nel 1990 ad opera di Mario e Alberto, padre e figlio, i quali si dedicano a proteggere gli animali domestici tipici della pianura veneta che si trovano a rischio di estinzione. All’inizio, in verità, l’obiettivo era quello di crescere piante come betulle, querce e carpini, ma la passione per gli animali e il desiderio pressante di evitare lo sfalcio dell’erba spingono i due a acquisire le prime oche. In un primo tempo sono le tipiche oche di razza cosmopolita, selezionate dall’industria agroalimentare, ben presto sostituite dall’oca pezzata veneta, razza fino a pochi decenni fa molto diffusa nella nostra regione, dove pascolava nelle marcite o sui campi, cibandosi prevalentemente di erba, nonché di granaglie e farine. Era il maiale dei poveri e veniva apprezzata per il suo salame o per preparazioni come l’oca in onto.

Oca Pezzata Veneta
Salame d’oca

Le oche furono affiancate dalle galline, che oggi sono la Polverara e la Gigante di Padova. La prima era tipica del piccolo comune del padovano, data per estinta negli anni ‘80 e recuperata poi da alcuni volenterosi agricoltori. La seconda invece fu il risultato di una serie di incroci intrapresi dal Medico Luigi Mazzon e dalla moglie Emilia Busetto nel corso dell’800 a partire dalle razze Cocincina e Polverara, che diedero origine a una gallina pesante – quindi da carne – ma anche dalle buone attitudini ovaiole. Gli esemplari furono ritenuti scomparsi a metà del 1900, ma Mario della Fattoria Venturi è convinto di esser riuscito nell’intento di recuperare la razza nel 2010, dopo sette anni di cocciuti tentativi.

Gallina di Polverara
Pulcini di Gallina Gigante di Padova

Accanto a galline e oche, ci sono anche anatre e pecore. Le prime sono anatre cairine moschate mute, chiamate così in quanto afone e allevate un tempo soprattutto per la carne. Gli ovini, invece, sono pecore di Foza o Fodate e sono una delle cinque razze di pecore un tempo allevate in Veneto. Fino alla metà del 1900 erano molto diffuse in Altopiano e la loro lana era molto ambita dall’industria tessile dei Lanerossi e dei Marzotto. Il costante declino dell’utilizzo del tessuto, però, causò un meticciamento della Pecora di Foza con razze più adatte alla produzione di carne, tanto che alla fine degli anni ‘90 se ne contavano soltanto 61 esemplari. Istituzioni come l’Università di Padova e Veneto Agricoltura hanno predisposto dei progetti di recupero della razza che, insieme ad iniziative private come quella di Fattoria Venturi, ne hanno consentito una progressivo ritorno.

Anatra muta Cairina Muschata
Pecora di Foza
Alberto tosa la pecora

Mario e Alberto allevano questi animali con metodo mediterraneo, mettendo al centro il benessere animale e l’integrità del suolo. Gli ampi prati sono puntellati da alberi e cespugli che offrono riparo in caso di forte caldo e prevengono l’erosione dei suoli. Stagni e piccoli corsi d’acqua incrementano la diversità dell’ecosistema e soddisfano le esigenze di oche e anatre, che adorano fare il bagno. Ampi pascoli sono imprescindibili affinché gli animali possano scorazzare, nonché le oche e le pecore cibarsi dell’erba.

Le pecore sono storicamente legate a un altro animale: il cane. Nel 1988 Mario si imbattè in un cane abbandonato legato ad un albero che adotta e ospita nella sua casa. Spiller – così lo chiama – è un pastore, intelligente ed agile, inseparabile compagno dell’uomo. Da quell’incontro Mario ricerca informazioni su quella varietà di canide, sui suoi tratti comuni a molti cani da pastore delle nostre montagne. Ne censisce 200 soggetti e ne porta a casa cinque, appartenenti a cinque linee di sangue differenti. È il Pastore della Lessinia e dei Lagorai, razza riconosciuta dall’Ente Nazionale Cinofilia Italiana da meno di un anno, grazie anche all’accanito lavoro di ricerca e riproduzione di Mario, che ha permesso a Fattoria Venturi di allevare questa razza. Le origini del Lagorai si rintracciano nel neolitico, mentre accompagnava i pastori nomadi nei loro spostamenti lungo l’arco alpino. La maggiore presenza della razza è rinvenuta ove sono presenti alcune varietà di pecora autoctone, come la Lamon, la Foza, la Brogna, l’Alpagota, oppure la capra Mochena, la vacca Burlina, la Rendena o la Grigia della Val d’Adige. I cani furono dunque selezionati in base alle loro abilità di gestire il gregge al pascolo, di guidarlo durante le migrazioni e la stagionale transumanza. Il Lagorai è un ottimo cane paratore, atto a mandare avanti il gregge, agile e resistente, con grandi doti di camminatore e saltatore. Il cinque cani della Fattoria Venturi – Rio, Ambra, Era, Runa e Zoe – rappresentano tutte le cinque colorazioni del mantello presenti nella razza, ossia nero, marrone (i colori principali) e merle, blue merle e red merle; quest’ultimi tre identificano le macchie irregolari che ricoprono il mantello, e possono essere grigie, blu o rossicce. Pochi giorni fa, i primi di aprile, Runa ha dato vita a quattro cucciole, le prime discendenti di seconda generazione riconosciute direttamente dall’ENCI.

Mario e Alberto, che nella vita non sono agricoltori di professione, stanno dando un contributo inestimabile a preservare la biodiversità del nostro territorio. Recuperano e valorizzano questi animali, dai cani alle anatre, dalle oche e dalle anatre alle galline; salvano razze che – ritenute non soddisfacenti dai canoni dell’industria agroalimentare moderna – sono invece preziose per preservare l’equilibrio dell’ecosistema ambientale, di cui anche l’uomo fa parte. Sembra un passo molto piccolo il loro, quasi insignificante, eppure l’impatto è significativo: molti allevatori si rivolgono a Mario per introdurre nelle loro aziende esemplari di queste antiche razze. Mario e Alberto sono ben disponibili a diffondere le specie riprodotte in azienda con chi condivide il progetto, perché salvare questi animali, integrarli in altri luoghi è l’unico modo per gettare semi di biodiversità, e la biodiversità resiste soltanto se si moltiplica.